Tutto sull'employee experience nel digital workspace - EFM blog

Dallo spazio al luogo

Scritto da eFM | 5 giugno 2026

 Progettare il workplace con l’esperienza al centro

C'è una domanda che Walter Benjamin si pose nel 1936, interrogandosi sul significato dell'opera d'arte nell'era della sua riproducibilità tecnica. Quasi un secolo dopo, ce la poniamo su qualcosa di altrettanto fondamentale: qual è il senso dello spazio se, con l'avvento del digitale, la nostra presenza può essere moltiplicata ovunque, senza il vincolo del nostro corpo?

È una domanda che riguarda tutti gli ambiti della vita, ma che nel mondo del lavoro si fa particolarmente urgente.

Il lavoro ibrido e il paradosso degli spazi vuoti

Nel nuovo scenario del lavoro ibrido, molte organizzazioni si trovano strette tra due estremi: lasciare gli uffici sottoutilizzati o imporre il ritorno in presenza attraverso policy rigide. Ma entrambe le risposte mancano il punto. La vera domanda non è quante persone ci sono in ufficio, ma perché qualcuno dovrebbe scegliere di esserci.

Perché una persona dovrebbe spendere mediamente una o due ore al giorno per andare in un luogo, se può fare ciò di cui ha bisogno da casa o da qualche altro posto in prossimità?

La risposta, ci dicono i dati, non sta nella funzionalità. La chiave intorno alla quale si sta ridisegnando il significato dello spazio non è più l'accesso a un contesto funzionale, ma la ricerca di un'esperienza di valore, che arricchisca e "aumenti" il nostro stato d'animo.

Spazio fisico e digitale: non una dicotomia, ma un continuum

C'è una tentazione diffusa di contrapporre il fisico al digitale, come se fossero due mondi in competizione. Ma è una lettura sbagliata. Non esiste una dicotomia tra spazio fisico e digitale: si tratta di comprendere le modalità in cui queste due dimensioni possono integrarsi e ricongiungersi, generando nelle persone una condizione di equilibrio rispetto a ciò di cui hanno bisogno.

Lo spazio fisico si configura sempre di più come hub, come palinsesto di esperienze, come mosaico di opportunità in cui l'elemento caratterizzante è rappresentato dalla vocazione del luogo, dal tipo di community che lo abita, dalla capacità di rispondere alle esigenze mutevoli del percorso di ciascuno di noi. Il digitale non lo sostituisce: ne è la prosecuzione, un sistema di touchpoint che si ancora allo spazio fisico e lo amplifica.

L'approccio eFM: l'Experience as a Service

È in questo contesto che si inserisce la visione di eFM e la filosofia degli Engaging Places: ripensare il workplace non come una superficie da occupare, ma come un servizio dedicato alle persone.

Questo significa trasformare gli spazi in ecosistemi dinamici capaci di abilitare esperienze diverse — lavoro individuale, collaborazione, socializzazione, apprendimento, incontro tra team. Non ambienti statici, ma luoghi vivi, capaci di adattarsi ai reali bisogni di chi li abita.

La chiave per farlo è l'Experience as a Service: attraverso piattaforme digitali, monitoraggio dell'utilizzo e modelli di governance evoluti, gli spazi diventano risorse attive. Meno sprechi, più collaborazione, maggiore qualità dell'esperienza complessiva.

Il futuro: spazi che sorprendono

Spazio ed emozioni hanno un legame di interdipendenza: sono le emozioni di chi abiterà un luogo che devono guidare la sua progettazione, sono le emozioni che stabiliranno come e se quel luogo dovrà cambiare.

E forse è proprio qui la formula dello spazio di domani: la capacità di avvicinarsi il più possibile all'esperienza che le persone desiderano, lasciando sempre un margine di inaspettato — quella variabile che aggiunge alla nostra capacità di determinare le cose la libertà alla vita di fiorire nella sua autenticità.